Baby gang e bulli di rincalzo

Bullismo, violenza, baby gang, il solito corollario di stupore per i fatti accaduti in città, oppure per quel ragazzo suicidato-si perché umiliato con intenzionalità, con persistenza, con un’asimmetria vergognosa. In questi ultimi tempi, si verificano fatti delinquenziali compiuti da adolescenti e giovani adulti, non più e non solo di bassa estrazione sociale, ma provenienti da famiglie borghesi e benestanti. Da noi, per ora, bullismo non è sinonimo di devianza-criminalità, il nostro è un bullismo del benessere, è abuso dell’agio, persino chi non ha niente, possiede qualcosa al fondo delle tasche, non è disagio che picchia contro al mancato raggiungimento di un traguardo economico, è disagio relazionale, paura della vita, non della morte, è incapacità e rigetto della scelta.
Quando poi l’irreparabile accade, l’illusione da parte del nucleo famigliare, di essere per-bene, perché si è raggiunto un benessere economico, crolla insieme alla convinzione che ciò non può comportare alcun tipo di rinculo. Eppure è in questo modo di vivere “ sempre in piedi “ che nasce l’iconografia del nuovo disagio, in un imperativo che contempla e avvolge come linguaggio contemporaneo, che sovverte i lignaggi, le religioni e le politiche, quel linguaggio che mette a soqquadro e drammaticamente inverte il concetto di “ essere con l’avere “. Quale famiglia resiste ai conflitti se gli stili educativi corrono sull’atomizzazione dell’ascolto, in rifugi costruiti a misura che deresponsabilizzano, così facendo è ben più stimolante non subordinare mai le passioni alle regole, a tal punto da trovarsi disarmati e arresi gia in partenza. Ci preoccupano i bulli, bene intruppati in baby gang nel vicolo cieco, invochiamo la frusta, ma l’avviso che ne dovrebbe derivare sta nel non incappare nelle superficialità che potremmo pagare a caro prezzo, c’è la necessità di attuare piani economici e politiche sociali che vedano coinvolti non solamente i ragazzi, ma anche gli altri, in quel famoso sostegno alla genitorialità troppe volte dimenticato a metà del guado.
Le responsabilità penali sono sempre individuali, come le vite a perdere di tanti ragazzi, ma forse le armi usate nelle loro contese, sono quelle che i grandi lasciano senza protezione all’intorno, sono le armi delle parole, quelle parole che teatralmente condannano la violenza, per poi esortare i propri figli a non credere a nessuno, neppure alle tante storie anonime, drammatiche, devastanti, scritte e cancellate nella frazione di uno sparo.
I bulli si moltiplicano nelle classi come nelle strade, le droghe sono intese come prodotti di uso comune, le regole un optional. Gli adolescenti si difendono attaccando, la famiglia alla finestra ad aspettare, la scuola ricompone la trama trascinando i piedi come un vecchio che ne ha viste troppe per rimanere almeno un po’ indignato. Forse occorre chiedersi se l’autorevole assente in questo protrarsi di contraddizioni e accuse incrociate, sul disagio e la devianza dei più giovani, non sia il fantasma della comunicazione, quella che sottoscrive la soglia di attenzione necessaria affinché la volontà ad ascoltare e discutere si propaghi nel rispetto dei ruoli e delle competenze, e non scompaia furtivamente alle prime stanchezze dovute ai fallimenti.
Nel branco che colpisce, il bullo vince e impara a non fare prigionieri, la violenza è lo strumento di riordino delle idee piegate di lato, una sorta di potere rincorso per arginare chi deride, peggio, opprime con l’indifferenza. Ragazzi difficili ai quali consegniamo l’idolatria dell’immagine, grimaldello per ogni difficoltà che si presenti a sbarrare il passo.
Duri di cartone crescono intorno, nonostante i nostri sforzi, i consigli per gli “ acquisti “, pugni nello stomaco al più debole, violenza sulla ragazzina meno arrendevole, disvalori del libero mercato, la vita è interpretata come uno scherzo, perché non c’è nulla di buono da aspettarsi dalle proprie capacità. Cosa dire a un bullo arrabbiato, a un ragazzo impreparato, quando sostiene che occorre pestare duro per ottenere le cose, per non essere superati, che la droga è una specie di orgasmo. Forse siete troppo giovani per comprendere bene che la regina delle bugie è proprio la violenza, esattamente come la droga, che ti fa intendere la libertà come una prostituta da inseguire e pagare per avere una prestazione, un piacere dal valore di un’illusione già morta, un piacere come dici tu, scomparso prima ancora di averlo raggiunto. Bullismo che si rigenera, normalità della droga, infantilismo adulto, sono cronaca quotidiana di eventi drammatici, come se ogni tragedia e ingiustizia fosse disadorna della più misera motivazione, anche quando la realtà ci mette con le spalle al muro.
La violenza è compagna di viaggio di molta parte di umanità, in questo caso c’è il gesto di crudeltà fine a se stesso, la ricerca di prevaricazione, il dominio sull’altro, poco importa se ottenuto arrecando dolore al più debole, fragile, indifeso. Il branco usa tecniche ben collaudate, la bugia, l’inganno, il tradimento, esprime una caratura professionale consona alla sua età, per soggiogare, mettere sotto, rendere schiavizzata del proprio potere la vittima designata. La baby gang immobilizza il ragazzino, lo colpisce, gli urina addosso, tra scaracchi e risate sguaiate, poi è gia ora di ritornare a casa, ognuno con il proprio balzello ben calato nelle tasche vuote, e ciascuno conoscerà altre ferite, mentre il dolore del ricordo scaverà nelle carni un solco indelebile. Nella necessità di denudare di ogni giustificazione la violenza, c’è la chiave di accesso per ridefinire il problema di un disagio che riguarda tutti, non occorre trasformare il presente in una sorta di rivoluzione per veterani della morale e dell’etica, forse occorre solamente consegnare ai giovani buoni esempi, autorevoli perché credibili, smettendola di banalizzare le proprie mancanze, rifiutando di arrenderci all’avanzare di una vita troppo spesso travestita da fannullona, forse in questo modo saremo più vicini alla nostra libertà e alla nostra capacità di riscattarci.
Minori a rischio tra trasgressione e devianza, nel mondo degli adulti che perde contatto con la pazienza della speranza, non scommette più sul potenziale dei propri figli, non ne supporta più la crescita, come a voler sottolineare che non tutte le persone sono preziose.
Forse occorrerebbe imitare lo stile educativo di don Enzo Boschetti della Comunità Casa del Giovane di Pavia, il quale come un buon padre, pone domande ai suoi giovani ospiti, piuttosto che impartire ordini disimpegnanti, ciò per apprendere il valore di una strategia che parta dal rispetto per se stessi, per giungere alla considerazione e alla fiducia dell’altro.
Ai giovani di oggi bisogna credere, e non soltanto per puro interesse collettivo, ma perché se ci si sente accettati, coinvolti a dare il meglio di sé, non si ha necessità di attirare l’attenzione con gesti eclatanti, destinati alla follia più lucida.
Ho avuto modo di ascoltare tante voci sottolineare che si parla “troppo” di bullismo, che forse non è vero che sia un fenomeno esteso, un atteggiamento aggressivo che da statistica è diventato dato esponenziale. Ho sentito adulti, padri, madri, affermare che forse non è intelligente discutere di vittime e carnefici nelle scuole, negli oratori, nelle strade, perché da noi non accade, da noi non ci sono bulli, da noi non c’è disprezzo delle regole, da noi è ben compreso e condiviso il valore del rispetto per le persone e per le cose.
 “La mia scuola è esente da questi problemi, la mia famiglia è pulita, noi non facciamo uso di droga, né abbiamo prossimità con la violenza”, eppure tutto questo accade e pervade, dentro un paese piagato dall’ingiustizia, dalla prepotenza, dalla arroganza, per questo incapace di valorizzare ciò che è bene, incapace di farlo con il tono autorevole che gli compete. Però non ho sentito parlare di quegli adolescenti che invece dietro l’angolo fumano e calano giù, girano con il serramanico, sballano e menano, fuori dalle regole che invece sono tutela e garanzia per non soccombere ai singhiozzi che verranno.
Branco, baby gang, teppisti e bulli, molte le declinazioni, come le giustificazioni travestite da attenuanti, è violenza che scardina la libertà di crescere insieme, che nega il diritto di vivere nel rispetto dell’altro, che disperde il dovere di resistere fino in fondo, per essere degni di vivere con lo sguardo in alto, con il domani ben cucito sulla pelle.
Abitare la cattedra del colpevole, senza facili assoluzioni, è importante per rivedere il proprio passato, ritornare a ciò che è stato, rielaborando ogni trascorso, ancor di più è necessario farlo ora, per esser di aiuto davvero ai più giovani, ponendo termine a questo suicidio collettivo, quanto meno per non essere ancora una volta se non complici, corresponsabili nel silenzio.

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