Umiliare a morte

Tra questionari a dir poco ingenui come qualcuno ha bonariamente sottolineato, che innocentemente includevano l’omosessualità tra le colpe di cui ci si può macchiare, a fare da ponte c’è l’ennesimo accadimento bullistico e un giovanissimo costretto al volo d’angelo, inebetito dal dolore si aggrappa al tuffo maledetto.
Un adolescente è all’angolo, ricoperto di offese, che non fanno soltanto male, è un vero e proprio assalto all’arma bianca, non fa rumore, ma l’umiliazione è taglio che recide a fondo.
Gay e etero fanno a gara per emanciparsi a vicenda, per ottenere qualche punto in più per riuscire a vincere inadeguatezze e precarietà intellettuali.
Dalla Russia arrivano echi di gruppi, associazioni, organizzazioni, messe su in fretta e furia, per combattere, per guarire, per salvare con spirito educativo e pedagogico, la oramai famosa malattia omosessuale, per arginare il pericolo gay, poco importa se all’ideologia s’aggiungono le torture, e un po’ di pissing.
Invece in Italia è in uso una pratica meno appariscente, da noi c’è la messaggistica istantanea per devastare i corpi dei più giovani, sono i video a essere diventati vere e proprie cluster bomb, spazzando via ogni emozione, imprimendo corsa alla fine già prossima.
Noi  non abbiamo leggi omofobe, non c’è pregiudizio governativo, non ci sono gli squadroni di imberbi indottrinati dai reggimenti adulti, per fare pulizia di a-normalità soggettive.
E’ un semplice filmato a tormentare un coetaneo, a colpirlo con una parola, con una mano, con una pedata. C’è qualcosa in più da noi, rispetto alla pacchiana robustezza di un comando che relega a reietto un gay.
Nel nostro paese culla del diritto, dalla pagina in carta magna, dai decreti, alle leggi innovative a tutela dei più deboli, in questo spazio dalle regole condivise, c’è l’abitudine a togliere rispetto e libertà a chi è all’inizio della propria vita, e c’è indifferenza a non accettare chi è diverso: a parole siamo tutti figli della reciprocità, mentre nei fatti a scuola, in famiglia, al pub, in strada, chi risulta poco maschio, chi ama senza portare collare, chi stringe mano senza chiedere documento d’identità, è strano oggetto avariato, presenza disturbante, è umanità da accantonare.
Non lo si fa con i calci e con i pugni, con la pipì, ma con uso professionale dello sberleffo omicidiario, intenzionale e ripetuto, è violenza neanche tanto mascherata, inviata dai pc, dai telefonini, tasti pigiati nervosamente, messaggi sgarbati, maleducati, impietosi quanto una pugnalata che strappa la pelle.
Ci si ammazza in questo paese, ci si impicca nelle nostre città, ci si butta dai balconi di casa.
Adolescenti, ragazzi, feriti, con il respiro che non esce, ammutoliti, improvvisamente gli occhi non s’avvedono più della fatica di vivere, il cuore restringe il punto di partenza, non c’è più avventura di frontiera, il confine è percepito come filo spinato, come luogo  in cui si è soli, senza più se stessi.
Da noi non ci sono drappelli di educatori con il basco in testa e la spocchia salvifica disegnata sulle labbra, da noi ci si strozza, ci si spara, ci si butta giù dal 4° piano, perché insopportabile il tormento dell’umiliazione, l’incubo di ogni giorno sempre uguale e peggio ancora.
Il silenzio, nel silenzio, in silenzio, un altro ragazzo s’è tolto la vita senza avere ancora imparato a viverla, forse è proprio quel silenzio che dovrebbe incutere il giusto rispetto per chi muore e rimane innocente, il rispetto che non è mai silenzio.

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