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Bambini colpevoli di essere innocenti

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Roma, camper a fuoco. Uccise tre sorelle: due bimbe e una 20enne. Un rogo, fiamme alte, nel silenzio di chi è costretto all’angolo, d’improvviso  le grida, la via di fuga, chi vive potrà ancora piangere, chi invece muore rimane dannato e oppresso dai chiodi delle parole, dei giudizi, delle condanne scagliate a priori. Tre corpicini annientati, disintegrati, polverizzati più della cenere, bambini neppure incerottati, bambini trucidati. Qualcuno dice che sono soltanto chiacchiere quando si afferma senza se e senza ma, che donne, vecchi, e bambini non si toccano mai, perché a suo dire si tratta della dicitura di qualche sottocultura non meglio identificata. Come qualcuno ben più lungimirante di me, ha ben scandito alla nazione: un omicidio è sempre un omicidio, ma quando di mezzo ci sono bimbi innocenti, allora si tratta di qualcosa ben al di sotto di qualsiasi comprensione umana. Le azioni di morte come queste che dovrebbero incendiare le coscienze pressoché dormienti, stanno sup...

Il sapore della responsabilità (sul giovane che ha mollato la sua vita)

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C’è nell’aria un sapore strano, sapete, no, non potete saperlo, e spero tanto, che non lo scoprirete mai, quel sapore di cui sto parlando. E’ il sapore del sangue mischiato al carburante, del ferro contorto, dell’acciaio bruciato. Un sapore strano appunto, dove marca il territorio l’assenza eterna che diventa presenza costante,  il fuori posto, qualcosa che manca all’appello oggi e pure domani. Ci si arrabatta a reperire attenuanti generiche prevalenti alle aggravanti, a osservare poco più in là, qualche metro da noi, dall’altra parte della strada, della via, a casa tua, non certamente nella mia. Guardiamo spesso, sempre più spesso agli altri, lontani, sconosciuti, nel tentativo maldestro di autoassolverci. Ogni volta che ci assale la tragedia, l’inciampo, l’ostacolo duro come pietra che dura, scaraventandoci sulle ginocchia con la testa reclinata in avanti, restiamo disperatamente aggrappati alle nostre medagliette appuntate sul petto, con la convinzione di averla fatta fran...

Quest'anno il bambino e' nato a casa mia - di Vincenzo Andraous

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Il Bambino nasce per ogni uomo libero perché responsabile, per tanti altri ai ceppi alla riconquista della propria dignità, è un tempo di ricongiungimenti auspicati, di separazioni schiodate ai legni, di una pena che non possiede cadenza dei domani che bussano alla porta. Natale è festa sprovvista di timbri sul passaporto, non concede autorizzazione né rilascia vacanze pagate al miglior offerente, è attesa che non regala favole inventate, lettura di qualche pagina consunta dalle dimenticanze, usurate, nell’indifferenza. E’ Avvento di perdono che non teme tradimenti, non lascia scampo alle attenuanti, quelle comode di ieri, di oggi che è già domani, non sta nascosto alle parole, ai metodi e alle forme dei comportamenti. Quest’anno, davvero, non sarà Natale delle solite promesse, delle rese, delle perdite consistenti, non sarà percorso di gara da affrontare con il numero UNO in bella mostra sulla pettorina, quel Bambino nasce per tutte le colpe che non sono facili da raccontare, per ...

Un uomo è rispettabile solo in quanto porta rispetto

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Giovanissimi che prendono a pugni i docenti, che denudano le coetanee e le violentano, che picchiano a sangue un compagno fino a renderlo più morto che vivo, un pari età diversamente abile preso a calci, tutto ciò senza un sussulto di vergogna, emozioni costantemente in apnea asfissiante. Non si tratta più di solo bullismo, oggi dovrebbe esser meglio conosciuto il disagio relazionale, attraverso questa inondazione mediatica travolgente, quanto inarrestabile. Eppure nonostante l’esposizione dirompente, l’impressione che se ne ricava, è che non c’è sufficiente consapevolezza della realtà che ci circonda, come se il moltiplicarsi di accadimenti e letterature più o meno sgangherate, spingano a una minore comprensione della drammaticità che ci investe tutti, al punto da condurci lontano dalla sostanza delle cose, la quale sembra più circondarci e restringerci, piuttosto che responsabilizzarci di fronte a un presente tutto da ricostruire, ma non con la paglia delle promesse facili a bruci...

La violenza che non è possibile raccontare

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Come è possibile raccontare la morte, quando chi la mette in scena è una innocente, un'adolescente presa per il bavero dalla maleducazione, dalla violenza di qualche miserabile castrato mentale. Una giovane “decide” di uccidersi per l'incuria delle leggi e delle persone malate dentro il cuore, obbligata alla vergogna e costretta alla paura di esistere, inebetita dai tanti e troppi storpi emozionali. Un'altra adolescente poco più che bambina, violentata per anni, in silenzio per la vergogna, per la paura imposta da un’omertà dilagante. Nel frattempo questi grandi uomini, protagonisti assoluti di infamie inenarrabili, divenuti dis-umanità dannatamente andata a male, ebbene che fanno? Camminano con le gambe larghe e le mani in tasca, come a voler significare che tanto ogni cosa permane al suo posto, soprattutto l'indifferenza e la ferocia indicibile profusa dai soliti noti sibilanti nei social network. Invece proprio un bel niente è più al suo posto, neppure rapprese...

Coma etilico a quindici anni

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Dietro l’angolo il rischio estremo Dietro l’angolo sta maldestramente celato il pericolo del rischio estremo. Il mondo degli adulti perde contatto con la pazienza della speranza, non scommette più sul potenziale dei propri figli, non ne supporta più la crescita, come a voler sottolineare che non tutte le persone sono preziose. Coma etilico a 13-14 anni, ora i ragazzi tacciono, riflettono sull’intorno reale, l'assenza di qualcuno che manca all’appello incute timore, dunque, c'è necessità di istruire trasmettendo nozioni, affiancando l’arte dell’educare, tirando fuori e costruendo insieme, intuizioni, passioni e ideali nuovi, perché questo disagio non abbia a decantare lodi all’imbocco dei vicoli ciechi. Qualcuno si ostina a sibilare che si tratta delle solite ragazzate, oppure licenziando l’impaccio del fattaccio etichettandolo come un mero accadimento per perdenti. Forse, però, questo qualcuno, non fa buona comunicazione, corretta informazione, né un’onesta azione morale...

Il presidente Margara - di Vincenzo Andraous

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Come cittadino detenuto colpevole, come ex detenuto, come cittadino libero, debbo molto all’intelligenza e alla fermezza di questo Magistrato, soprattutto in questo tempo di impegno e di responsabilità. Ho conosciuto il Dott. Alessandro Margara come Direttore Generale del  D.A.P.  in più occasioni, ho avuto a che fare con l’Uomo e con il Giudice, in entrambi i casi ; il rigore non ha mai disgiunto strada alla sua umanità, né l’autorevolezza della sua vista prospettica armeggiare con gli scarponi chiodati dagli interessi di potere. Nelle sue parole, azioni, analisi, traspariva la necessità di un ripensamento culturale che affermasse la giustezza di un principio, il quale non è filtrato da scuole di pensiero o strumentalizzazioni ideologiche: in carcere esiste un prima, un durante e un dopo, più il carcere recupererà persone, più il problema della sicurezza sarà soddisfatto, contrariamente a ciò che si è cercato di fare passare come principio sofistico. Margara stava anch’e...