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Bulli e bulloni

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articolo sul bullismo adulto Una dietro l’altra, prive di rallentamenti, le notizie riguardanti la violenza e la non legalità nelle adiacenze di una scuola, ci martellano le tempie, come a non voler consentire alcuna tregua a chi pensa e sostiene erroneamente, che in fin dei conti sono soltanto ragazzate, episodi spiacevoli che a quell’età sono sempre accaduti. Eventualmente ci fossero morti e feriti, sarebbero da ricondurre a una sorta di ammenda da incasellare bellamente nella colonna delle perdite accettabili. Arrestato a sedici anni per spaccio di sostanze a scuola. Sospesi a quattordici anni per avere commesso un furto in segreteria. Denunciati per atti di vandalismo. Deferiti all’autorità giudiziaria per comportamenti bullistici intenzionali e reiterati. Non contento di questo andazzo maleodorante, il pianeta genitoriale non perde occasione per confermarsi corresponsabile di un vero  e proprio tradimento culturale, fin’anche affettivo. No, non si tratta di...

È solamente una ragazzata, niente di più, niente di meno

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Due giovanissimi sopra il treno che li riporterà a casa dopo una giornata di studio o divertimento, stanno rannicchiati in un angolo, stretti come due cuoricini sovrapposti, come quelli che impazzano su facebook, amori belli, amori cari, amori spesso dis-educati. Un ragazzo e una ragazza identici a tanti altri, con le scarpe slacciate, qualche percing e tattoo di troppo, incarnano la voglia di trasgressione, dove le passioni non sono ”quasi” mai subordinate alle regole, sono passioni imbizzarrite che non conoscono il morso del freno, il rispetto della fermata, dell’accesso consentito dalla ragione. Arriva il controllore, fa il suo mestiere che poi è il suo dovere, chiede i biglietti, ma non ha riscontro alla sua richiesta, neppure a quella con cui chiede i documenti per redigere la multa, sanzione legittima nei riguardi di chi ha pensato di essere più furbo, e come dice chi sta scrivendo, che non è un saggio cinese: i dazi si pagano sempre, soprattutto quando si pensa di rimanere de...

Gaza e gli scarponi chiodati

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Ritorno sgangherato alle armi, ai proiettili che sbattono a terra, alle parole che fanno male, scavano crateri, delimitano le fosse. Forse ci vuole più memoria, non tralasciando chi è troppo giovane per ricordare, per sapere, per conoscere, per farci i conti con una ingiustizia che non risparmia gli innocenti, peggio, li relega tra gli ”eventi critici” accettabili. Occorre parlarne perché non si tratta di un tempo bloccato, di tragedie che stanno dietro le spalle: sono immagini impolverate che non scompaiono, costringono a pensare per  non rimanere nuovamente alla finestra a osservare la vita che se ne va, senza un’emozione che diventa compassione, o la consapevolezza di una partecipazione che non consente rese anticipate alla prepotenza di turno. Colpi e deflagrazioni misteriose, bombe intelligenti assai deficienti, unica certezza il sangue sparso all’intorno, condanna delle condanne, l’indifferenza sullo scranno più alto se ne sta seduta scomposta. Quando a terra, da a...

Donne e bambini azzerati

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E’ un tempo vestito rosso scarlatto, di tragedie e angoli bui, un tempo in cui non è salutare per niente rimuovere per dimenticare, dunque sarà bene ricordare fino all’ultimo pugno nello stomaco. Donne a morire, a lasciare spazi vuoti, momenti di vita dilaniati dallo strapotere  e dal delirio di onnipotenza maschile. Donne, ridotte a cose, a oggetti, a insopportabili presenze, non soltanto da spostare, allontanare, sostituire, bensì, da annientare, devastare, ridurre a un buco nero profondo, dove non vi è più possibilità di accesso, di un ritorno. Donne, compagne, mogli, diventate parti offese dell’inadeguatezza maschile, donne a perdere nella ragione, donne sconfitte dalla fiducia spogliata di ogni onore, figuriamoci di un qualche amore. Donne e madri accasciate, con gli occhi sgranati, le mani a proteggersi, supplicando la pietà ammutolita e in ritirata. Donne e madri insufficienti a pagare dazio, divenute insostenibili, irrappresentabili, congrue assenze a rappresentare u...

Giustizia costretta di spalle

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Quanto più forte è uno Stato, più forte è il diritto di indignarsi di quanti non vedono riconosciuti i propri diritti: fare giustizia significa sanare una ferita, una lacerazione, costringendo il dolore a trasformarsi nella sofferenza, nella scoperta di essere meno indifesi e impreparati se esiste la possibilità concreta di affidarsi agli altri, a quegli altri che siamo noi. Il carcere come unico baluardo al ripristino della legalità, all’assunzione di responsabilità, all’educazione da ritrovare: riesce difficile convincersi che sia la strada più efficace da percorrere per raggiungere gli obiettivi di cui sopra, un luogo deputato a saldare conti in sospeso con la collettività, uno spazio adibito alla moltiplicazione del dolore, una sorta di terra di nessuno, dove solo pochi intendono posare lo sguardo. Non c’è capacità di osservare quel che accade dentro una cella, soprattutto ciò che non accade, è lecito discuterne per ideologie d’accatto, per pancia buttata sottosopra, ma non ci ...

Quotidianità della sofferenza

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Se ne stava lì in un angolo della stanza, rannicchiata addosso alla parete, come volesse occupare uno spazio invisibile. Una signora con i capelli argentati, una donna esile, fragile, improvvisamente sola. Mentre l'accompagnavo da persone amiche disponibili ad accoglierla per la notte, mi raccontava una storia incredibile, ma tragicamente reale. Ogni tanto le succede di scappare da casa, attraverso i campi raggiunge la città, per recarsi al pronto soccorso: le accade di non riuscire a muovere le braccia, né piegarsi, o respirare bene. Ogni tanto succede che la testa le ciondola sul collo, svuotata di ogni pensiero, le gambe oppongono resistenza, non c'è più sincronia tra dire e fare, neppure nello sperare che le cose possano cambiare. Ogni tanto il marito la colpisce forte, la offende e la spintona, per il lavoro che non c'è più, per la malattia sopraggiunta, per lo sfratto imminente. Le percosse e le umiliazioni la fanno morire un po' di più: "No, non denuncio a...

Droga che non fa prigionieri

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Una ragazzina s’è sentita male a scuola, una canna di troppo l’ha obbligata in orizzontale, è finita sull’ambulanza e poi in ospedale. Una minorenne ha comprato la sua dose dietro quell’angolo mai troppo celato, come accade ultimamente vicino alle scuole, dentro le scuole, fin dentro la classe. Una giovanissima ne ha fatto uso, badate bene, non ho detto abuso, ne ha preso qualche tiro la mattina, ma come qualcuno ostinatamente persiste a ripetere, è importante farlo responsabilmente, consapevolmente, tant’è finita su un lettino del pronto soccorso. Una adolescente che sentenza della Consulta o meno, non sarà mai autorizzata a comprarla legalmente, neppure in tempo di spaccio statuale. Di fronte a questo scempio di dignità calpestata, di libertà prese a calci in bocca, c’è chi pervicacemente porta avanti la tesi di un uso responsabile della roba, come a dire: fumatela bene, fatelo con giudizio, sarete al sicuro, non potrà accadere niente di spiacevole, c’è addirittura chi propende...